La cucina vegan plant-based ricca di gusto di Giardì

Chissà perchè esiste ancora il preconcetto che la cucina vegetariana sia insapore, quando per natura le verdure sono forse tra gli ingredienti della cucina più saporiti, più caratterizzati da aromi, particolari sfumature dall’amarognolo della cicoria, alla nota minerale degli spinaci, alla tendenza dolce della zucca. Un pot- pourri per il palato che ha a disposizione centinaia di prodotti diversi, idratanti, ipocalorici, minerali, essenziali per una dieta sana ed equilibrata, soprattutto oggi che sempre più stiamo attenti a ridurre lo spreco, a sostenere l’ambiente, a tutelare la vita degli animali.

Su queste scelte etiche, c’è un nuovo indirizzo in città, GIARDÍ, il locale che propone una cucina vegana plant-based, in chiave golosa.

GIARDÍ ha aperto a Milano in Via Napo Torriani 3, in un locale sobrio dai toni caldi del legno e con un menu ricco di sapori al primo assaggio.
Vi consiglio di iniziare con la Curry Bowl di verdure croccanti, riso nero, scarola, semi di zucca, continuare con il Uao Burger e la sua salsa Bbq che crea dipendenza, per poi lasciarvi sorprendere dalla Weekly chef’s special, una portata a scatola chiusa che oggi vi svelo essere una vellutata deliziosa di zucca, frutto di stagione.

GIARDÍ è il nuovo progetto di una coppia nella vita e nel lavoro, lo Chef Tommaso Coppola, esperienza decennale nella ristorazione, dalla stellata alle grandi catene, e Michela Rubegni, imprenditrice del settore marketing e comunicazione. Dopo un viaggio nella magica Barcellona, che ispira tutti colori capaci di cogliere la vera energia della città, influenzata anche dal grande architetto spagnolo Gaudì, il duo si cimenta in quello che è un grande messaggio ma anche una grande passione.

Coerente anche la mise en place interamente compostabile monouso, e ovviamente un servizio proteso alla città che corre, talvolta obbligata ad un fast food ma che non rinuncia a mangiare bene.

Il gusto c’è, il messaggio pure, non resta che provarlo!

“L’abito non fa il vino”, cosa rivela la collaborazione irriverente tra Caseo e Santè Couture.

L’abito non fa il vino
è il proverbio che si potrebbe coniare dopo la collaborazione tra Caseo, azienda vinicola e Santè Couture, brand di abbigliamento. La partnership nata per vestire letteralmente le bottiglie di vino. Non una glacette, ma un abito, una gonna, una camicia da abbinare eventualmente alla mise en place; le iconiche camicie Santè Couture, abbottonate anarchicamente a caso, o la loro firma a plissé delle gonne genderless, una stramba accoppiata che certamente fa parlare, perchè eravamo abituati a vestire le bambole da piccine, ed oggi potremmo tornare a giocare da adulte scambiandoci gli indumenti per il vino a tavola.

Irriverente questa collaborazione tra la Tenuta Caseo dell’Oltrepò Pavese della storica famiglia Tommasi e il nuovo marchio moda fondato da due giovani stilisti veronesi, Anna Michelotto e Mattia Tirapelle, che certamente di vino se ne intendono.
Una capsule collection che conta solo 100 bottiglie ed è in vendita sul sito ufficiale.
Vestiamo bambole, vestiamo in nostri cani, da oggi vestiremo anche il nostro vino, nelle tre versioni Caseo Metodo Classico:

– 410 Chardonnay
– 470 Pinot Nero
– 530 Pinot Nero Rosé

Il primo, un classico per iniziare o per un welcome drink, il secondo, una eccellenza del territorio e della forma più elegante di bollicine, e un rosè per colorare le tavole e dare il benvenuto ad un nuovo modo di comunicare, che Tenuta Caseo ha certamente abbracciato.

Siamo fedeli alla tradizione e rigorosi nella tecnica solo in vigna e in cantina!” afferma Giancarlo Tommasi, direttore tecnico di Tommasi Family Estates.  “L’Oltrepò Pavese è una regione da riscoprire e rappresenta una nuova opportunità di mercato e per il Made in Italy sia per il territorio meraviglioso sia per la qualità dei vini prodotti, in particolare il Pinot Nero. La personalità di Caseo è irriverente, fuori dagli schemi, per certi versi dissacrante. Un’attitudine non convenzionale che sonda nuovi contesti e si rivolge ad un pubblico giovane. Un’anima che si immerge e si intreccia in modo fluido nel mondo dell’arte, della moda, e dell’estetica con l’obiettivo di scardinare i preconcetti e sondare nuovi linguaggi ed espressioni. Con questo progetto vogliamo che il vino parli in chiave contemporanea e creativa. Come un ready-made dadaista, l’oggetto viene estrapolato dal suo contesto originario perdendo ogni funzione pratica. Il vino “vestito” si eleva a divulgatore di nuovi significati, valori e tendenze. Indossando le creazioni di Santé Couture, Caseo sfida le norme di genere, sostiene l’inclusività e l’espressione di sé, senza curarsi dei pregiudizi, mantenendo la propria identità e suggerendo occasioni di consumo originali“.

Genius, il film sul più grande editore di tutti i tempi

Genius non è solo un film sul grande scrittore Thomas Wolfe o sul grande editore Maxwell Perkins, Genius è un film che parla di una grande amicizia, quella di una penna eccellente che ha ispirato scrittori della Beat Generation come Kerouac e del primo grande editor degli autori, lo scopritore di Hemingway, Fitzgerald, Wolfe e Caldwell.

Cos’è l’amicizia se non la scoperta di avere al mondo qualcuno con cui poter parlare la stessa lingua, un’anima simile che può comprendere i tuoi umori, assecondare i tuoi gusti ed esaltarli, scoprire in te le qualità più nascoste ed elogiarle, uno spirito neutro a cui poter confidare i tuoi più intimi segreti e gli stessi occhi con cui guardare le luci di un palazzo che si accendono la notte, commuovendosi per l’immensità e la potenza della vita?

E’ questo il tipo di amicizia che ha legato due grandi uomini del ‘900, in un’America fatta di sogni e speranze, di grandi autori distrutti, di vite spentesi troppo presto.

Se il genio sregolato di Thomas Wolfe non aveva mai avuto alcun amico al di fuori del suo editore, Perkins era invece noto per la sua cordialità e l’affabilità con cui trattava i suoi protetti; un legame nato sull’onda della voracità della parola. Wolfe sempre con la penna in mano a scrivere fiumi di righe, Perkins totalmente dedito al mestiere e dentro le storie che andava via via leggendo, tanto da dimenticarsi di togliere il cappello a tavola.

Chi ha aiutato l’altro? Wolfe ha dato a Perkins un grande libro da vendere, Perkins ha dato a Wolfe una carriera, la realizzazione di un sogno, la visione d’insieme che sono i libri sul mercato, fatti non solo di un unico pugno, ma della maestria di una figura che sta nel backstage, per l’appunto l’editore. Un editore che taglia, che lima, che strappa parole che hanno fatto male nel venir fuori, che “arrivano dalle budella” come dice lo scrittore nel film di Michael Grandage, ma che grazie al rimodernamento di un professionista, diventano dei bestseller.

Genius è un bel film, non solo per l’eccellenza attoriale di Colin Firth (Max Perkins), che ha anche il dono di avere un viso amabile, ma perchè ci ricorda che esistevano (ne esistono oggi? Forse un paio) ancora degli editori interessati all’arte, alla letteratura, alla forza della parola, alla speranza che un libro potesse cambiare i pensieri, e modellare le anime oggi domani e nei secoli a venire. Oggi le grandi case editrici si sono date al gossip e all’influencer marketing. Cosa insegnamo, cosa impariamo, cosa ci rimane di tutta questa carta straccia? Dove sono i nuovi Roth, le piccole Plath?



Genius è un film del 2016 diretto da Michael Grandage
con Colin Firth, Jude Law e Nicole Kidman

Blue taste e la lunga vita. Il nuovo bistrot nel cuore di Milano

Avete mai pensato a cosa state mangiando, mentre accompagnate il cibo alla bocca? Vi siete mai soffermati su quanto, a lungo andare, possa fare bene quell’alimento o possa, nonostante il gusto, nuocere alla vostra salute?
Avete mai fatto ricerca sui paesi più longevi del mondo? E vi siete chiesti qual è la loro dieta?
Se siete dei pigri, o non vi siete mai posti certi quesiti, c’è chi lo ha fatto per voi, raccogliendo tutta una serie di ricerce scientifiche e stabilendo la dieta ottimale per vivere più sani e più a lungo. Sembra un programma di Rosanna Lambertucci, e invece è il motto di Blue Taste, il nuovo bistrot milanese che ha a cuore il vostro cuore.

Blue Taste non è la patria del vegan, non è luogo di meditazione e digiuno a intermittenza, qui si mangia, ma lo si fa non solo con lo stomaco, anche con la testa! Con una scelta equilibrata dei piatti, incentrati sulla materia prima di ottima qualità (amen), sulla scelta di cotture che preservano i principi nutritivi, e sulla riduzione di spreco. E per chi come me crea una ricetta con le ultime cose rimaste nel frigo a far l’eco, è una bellissima notizia.

Ma cosa sono le BLUE ZONES a cui Blue Taste si rifà?  Sono i 5 luoghi del pianeta in cui si concentrano il più alto numero di centenari rispetto alla media mondiale, zone in cui la speranza di vita è quindi più elevata.

E quali sono le BLUE ZONES?
Sardegna (Italia), Icaria (Grecia), Okinawa (Giappone), Nicoya (Costa Rica) e Loma Linda (California).

La cosa veramente interessante, non è la scelta ipocalorica, la predilezione di frutta e verdura, il continuo movimento fisico, ma quello che aumenta l’aspettativa di vita e beneficia sulla salute, è la “condivisione” in forme differenti. Cosa significa? Tutte queste comunità vivono in simbiosi con l’altro, mangiano insieme, si incontrano spesso dopo il lavoro per creare e approfondire relazioni, creano legami profondi, si dedicano all’altro e alle religioni (come nell’area californiana, comunità avventista di Loma Linda, che mai avremmo pensato di trovare in questa lista, abituati al fast food americano).

Percorro tra le sei e le otto miglia al giorno, eccetto durante il sabato sacro.La maggior parte dei miei amici è morta. Mio marito è morto. Ma mi piace parlare con le persone. Il mio motto è: ‘Uno sconosciuto è un amico che non abbiamo ancora incontrato‘”

— Marge, centenaria di loma linda in “The Blue Zones” di Dan Buettner



Blue Taste omaggia il saper vivere e propone un menu dove proteine nobili, grassi sani, vitamine e antiossidanti, fanno da padrone; privilegia la cottura sous-vide (cottura sottovuoto a bassa temperatura) e l’impegno zero-waste.

Non le classiche bowl! Eleganza nell’impiattamento, eleganza nel gusto, consiglio vivamente il polpo che si scioglie letteralmente in bocca e il salmone mango e finocchio, sapori che non vi aspettereste da piatti così semplici e sani.

I ragazzi di Blue Taste, un gruppo di amici appassionati, hanno inserito per gli amanti della bevanda del dio Bacco, una selezione accurata di vini bio e naturali, perchè anche nelle blue zones, un calice al giorno toglie il medico di torno.

Blue taste è il nuovo bistrot nel cuore di Milano, punto di riferimento dello star bene, dove trovarsi con gli amici per un calice di vino all’ora dell’aperitivo, una chiacchierata con le girls durante il breakfast, e una cena in compagnia all’insegna della socialità, che pare essere il vero toccasana per i nostri centenari. Dovremmo ricordarcene più spesso e abbandonare i maledetti cellulari.



Blue Taste si trova in Via M. Buonarroti, 15 a Milano







Modus, la pizzeria elegante di Milano

La pizza di Briatore” è diventato argomento da bar, tutti devono dire la propria “Ah, è una ladrata“, “Ah, ha ragione ma pirla chi paga“, insomma ci si schiera o con lui, ma pensando che sia solo un furbone, o contro di lui, pensando che sia un truffatore. Io credo che il ragionamento corretto da fare sia sempre quello di avere davanti la fotografia totale della società in cui viviamo, una società che ha diversi ceti, diversi gusti, diverse potenzialità economiche. E Briatore, da imprenditore, ha scelto di trasformare un prodotto povero e popolare come la pizza, in un prodotto lusso che possa essere apprezzato anche dalla categoria “ricco”, che vuole la pizza gourmet in un locale gourmet con una cifra gourmet. Questo significa che il classico ambiente “pizzeria” a cui siamo abituati, un locale che sembra una fabbrica, dove il fracasso regna sovrano, dove i cameriere corrono e urlano perchè in due dovranno servire 50 coperti, può essere trasformato in un locale elegante, dove la pizza non costerà più 6 euro perchè quella pizza dovrà coprire i costi di personale, strutture, zona in cui è ubicata, arredamento eccetera eccetera eccetera.

Questa trasformazione, che in alcun modo declassifica la pizza, anzi la nobilita (perchè gli ingredienti rimangono gli stessi, è il contorno che cambia), l’ha pensata anche Modus, la prima pizzeria-ristorante che ha aperto nella città di Milano. Ma lo fa portando a braccetto il cliente in uno scenario accogliente, accomodante, caldo, dove la pizza non ha il costo briatoregno.

Quello che colpisce appena entrati è certamente il contesto, nell’immaginario collettivo (perchè ci siamo stati infinite volte) la pizzeria non ha questi magnifici colori english green abbinati all’oro dei dettagli, come gli schienali delle sedute al bancone bar, un bellissimo angolo arredato da arcate incorniciate a muro per dar spazio ad amari e distillati. Sui soffitti, quasi cadessero molli come gli orologi di Dalì, degli specchi ovali che catturano e riflettono la luce esterna che passa dalle vetrine; agli angoli e dalla zona soppalcata, una cascata di natura, piante che non solo arredano, ma rendono l’ambiente più gradevole; Modus è davvero una scoperta eccezionale, e a renderlo ancora più prezioso è il suo menu omaggio al Cilento, terra d’origine dello chef.
Lui è Paolo De Simone, classe 1980 e una nonna che, come spesso succede al sud, tramanda tutto il suo sapere della tavola a Paolo, che apprende così i segreti della lievitazione naturale, la regina qui da Modus.

La goduria di una pizza qui, non ve la posso spiegare, dovete andare a mangiarla!
Iniziate con degli assaggi del territorio, come le mulignane ‘mbuttunate (significa ricche si sapore!), fatte con cacioricotta, uova, pomodoro e prezzemolo, o con una parmigiana di melanzane, con fiordilatte, parmigiano, olio e il dio basilico (lodato sia).
Qui ovviamente trovate anche le mozzarelle di bufala campane, la Soppressata di Gioi, presidio Slow Food, la mozzarella di mortella (che si produce nel Parco Nazionale del Cilento), le alici di Menaica, e il pane di Paolo, quello realizzato con lievito madre e farine di grani antichi cilentani, recupero di semi e grani antichi dal parco nazionale del Cilento e di Vallo di Diano.

Da Modus potete anche divertirvi a fare un pairing pizza-cocktail, perchè qui sono buonissimi! Io ho iniziato con un “Midnight In Porta Romana“, Belvedere Vodka, acqua di lavanda, bergamotto, Oxley Gin; sono partita dalla mezzanotte e ci sono rimasta, a chiaccherare con Paolo e Vincenzo, due forze della natura.

Modus si trova in Via Andrea Maffei, 12 a Milano ‡‚ˆ­€
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“Piero Gemelli: Storie Immaginate”, una mostra a cura di Maria Vittoria Baravelli

Ad accogliervi, il suo autoritratto, un mezzo busto dal volto coperto da una giacca, su una foto attaccata al muro con un pezzo di scotch. L’essenziale, la totale mancanza di vanità, così pare raccontarsi Piero Gemelli nella mostra fotografica Piero Gemelli: Storie Immaginate“, alla Galleria d’arte Frediano Farsetti.

Se nella bellezza non c’è nulla di schematico e calcolato, perchè la natura opera anche per istinto, il mondo classico di Piero Gemelli ha sempre qualcosa di matematico, nelle proporzioni, nelle composizioni, nella scelta perfetta della posa di una modella, nel minimalismo calibrato e rassicurante. E’ proprio il classicismo il tema della prima sezione in Galleria, dove i nudi non sono ostentazione del corpo femminile, ma un elisio di bellezza.

Alle pareti, i pensieri scritti a mano dall’autore, ritagli di fogli a volte dimenticati in qualche libro, appunti di viaggio tenuti tra una mappa ed una guida, frasi scarabocchiate in camere d’albergo, dopo una chiamata interurbana, come nelle due foto sequenziali fatte di letti sfatti.

l’autoritratto di Piero Gemelli

Piero Gemelli è fotografo e architetto, conosciuto particolarmente per i suoi lavori nel mondo della moda e del beauty e per le campagne pubblicitarie di Tiffany, Gucci, Ferré, Lancôme, Estée Lauder, Revlon, Shiseido, ma crediamo che nello still life Gemelli esprima e racchiuda i concetti di entrambi i mestieri. Se nelle sculture da lui stesso realizzate riesce a far brillare un anello tanto da farlo sembrare un occhio, se su di un manichino avvolge un bracciale facendolo diventare un armamentario adamantino, se da un fil di ferro fa emergere un volto femminile, lo si deve non solo ad un estro e ad un talento innegabile, ma alla curiosità fresca e continua, che rende le opere di Gemelli dei pezzi immortali, dei quadri senza tempo, delle fotografie totalmente moderne.

Sì certo, troviamo una Monica Bellucci dalla straripante bellezza fotografata nel suo doppio, ed un Roberto Bolle statuario in uno scatto in movimento, ma chi riesce a rendere a rendere interessante un pezzo di vetro frantumato, trasformandolo in una scultura elegante e piena di grazia, come quei kintsugi dalle cicatrici d’oro?

Piero Gemelli costruisce grattacieli, opere architettoniche con degli scarti di metallo, rendendo il materiale povero, una vera e propria struttura urbana, con l’uso della luce e delle ombre.

“Piero Gemelli: Storie Immaginate”, è la mostra curata da Maria Vittoria Baravelli alla Galleria d’arte Frediano Farsetti appena conclusasi, ma ve n’è in arrivo un’altra, e noi saremo qui per raccontarvela.






Un grande mosaico alla Cittadella degli Archivi di Milano per celebrare Donyale Luna, la prima top model nera della storia

Alla Cittadella degli Archivi, il polo archivistico del Comune di Milano che raccoglie documenti della città dal 1802, è stato inaugurato un grande mosaico dedicato a Donyale Luna, la prima top model nera della storia.

L’immagine risale ad una foto scattata dal marito Luigi Cazzaniga, in una Milano degli anni ’60 dove essere nera, avere dei sogni ambiziosi e inserirsi in un contesto come quello della moda, dove tutto era bianco, non solo le modelle, era veramente difficile.

Donyale Luna, nome d’arte di Peggy Anne Freeman, ci riuscì, non solo per la propria bellezza, ma per quel fascino e quel carisma, che solo la forza e l’intelligenza possono regalare. Morì troppo presto, a 33 anni, come tanti in un periodo storico dove le droghe e la perdizione erano forti, e troppo presto fu dimenticata; ma oggi la HBO dedica a questa donna un docu-film, Supermodel, che uscirà in Italia su Sky nel 2024.

Sono felice che Donyale abbia questo omaggio in una città dove ci siamo amati e divertiti a scattare molte foto.” – commenta il marito Luigi Cazzaniga, che da oltre 40 anni vive e lavora a New York – ” Donyale era creativa e faceva spesso i dei vestiti con pellicce e mantelli, e acconciature fantasiose che la rendevano unica. Tra queste foto, tante diventate poi le cover di Vogue America, è rimasta questa immagine che oggi le rende giustizia, su questo mosaico, tecnica perfetta per riportare gli stessi colori e quella luce negli occhi“.

Il mosaico dedicato a Donyale Luna, esposto presso i muri a La Cittadella degli Archivi di Milano

Francesco Martelli, Direttore della Cittadella degli Archivi racconta – “La moda è una storia importantissima nella città di Milano e Donyale è un pezzo di questa storia, così come lo è Luigi Cazzaniga, nato qui.
Ci sono insomma tutti gli elementi affinché La Cittadella ospiti questo mosaico, creato dalla società Stone di La Spezia con quarantaquattromila tessere in pasta di vetro e intagliate a mano, nel grande progetto che portiamo avanti “Muri d’artista”, che vede impegnati più di 70 artisti decorare quasi 2000 metri quadrati di superficie di un museo a cielo aperto.”

Dream, la figlia di Donyale che perse all’età di due anni, ricorda con commozione – “Mia madre ha rotto tante barriere, ha avuto un successo contrastato e dimenticato, ma credo realmente che oggi i tempi siano maturi per concederci il lusso di inseguire i nostri sogni. Lei non ha potuto definitivamente farlo negli anni ’60, perchè essere nera e avere una vocazione così forte, non aiutava. La bellezza di mia madre è vero, è oggettiva, ma la sua vera bellezza veniva da dentro, e per me oggi è come risentirla, riaverla qui, e per la prima volta tutti e tre insieme, nelle foto che ci state scattando.

Dream, figlia di Donyale Luna, e Luigi Cazzaniga, il marito della prima top model nera della storia, con le nipoti

Gaia Romani, assessora ai beni civici “Siamo a fianco di tutte le giovani donne che vogliono realizzare i propri sogni; Donyale Luna è un modello, un esempio che ha ha avuto difficoltà ma che ha raggiunto il suo intento. Oggi per noi è un onore poter omaggiare un esempio di donna così grande”.

L’assessora Tiziana ElmiCon queste iniziative, la Cittadella degli Archivi diventa sempre più fonte di attrazione ed educazione culturale importantissima per il nostro territorio“.












Luisa Spagnoli Spring Summer 2024, la semplicità che vince

La moda in passerella ci sta comunicando un ritorno all’eleganza e alla semplicità.
Vestire è la parola chiave di Luisa Spagnoli che in questa collezione Spring Summer 2024 mette in mostra abiti boho chic dalle lunghe frange rimando ai liberi ’70, e omaggio ai colori della terra. Sabbia, beige, testa di moro, avorio, bianco, un universo caldo e giocoso, con abiti morbidi che creano movimento, frange ballerine, lunghe fusciacche da esibire al collo e lasciar cadere lungo i fianchi, nappine e nastri al girovita.

Sembra in viaggio la donna Luisa Spagnoli SS24, tra una passeggiata lunga un bagnasciuga, ad una cena romantica dove osa con trasparenze e maxi accessori dorati.
Sarà forse l’Andalusia la terra dove si ripara dal caos, dove far brillare le lunghe frange sui passi di un flamenco, o la meditativa India, con i suoi sari intrecciati dai colori sgargianti? Certo è che ogni abito accarezza il corpo con grazia e femminilità, quella dimenticata negli ultimi anni, da una moda mescolata che aveva perso un po’ di sapore.

Luisa Spagnoli enfatizza la donna pur non strizzandola dentro abiti mini, è seducente nei long dress scollati e nei crochet day and night. Veli come seconda pelle, e giochi di geometrie sul corpo sono la nuova ispirazione Luisa Spagnoli, che vince su ogni stravaganza diventata ormai demodè.

“Vera”, il film su Vera Gemma disponibile su MUBI

Il film è la sintesi dell’ossessione sulla verità. “Vera”, vita vera, come il nome della protagonista Vera Gemma, che interpreta nessun altro al di fuori di se stessa.

Vera Gemma, figlia del grande attore e stuntman Giuliano Gemma, quello bello che faceva roteare pistole come fossero carte da gioco tra le mani, quel padre famoso che ogni figlio non vorrebbe, perchè il peso della notorietà grava sempre su chi lo segue. Solo i non famosi lo sognano, appesi all’illusione che il cinema e la celebrità regalano, nascondendo la polvere sotto il tappeto. In questo film tutto lo sporco salta fuori; con una secchezza e un minimalismo quasi da Nouvelle Vague, i registi Tizza Covi e Rainer Frimmel fanno sfilare le presenze venali e superficiali che circondano il mondo di Vera, dall’agente al fidanzato che chiede, dietro la finzione dell’amore, denaro.
Sarà sempre Vera a pagare, per il compagno, per una famiglia a cui si lega, vittima di un imbroglio.

Vera con Manuel

Vera viene rappresentata così com’è, eccentrica nel vestire, indossa sempre un cappello da cowboy, tacchi vertiginosi, gilet di pelliccia, e un trucco da trans. “Mi ispiro alle trans. Più somiglio a una trans e più mi sento bella. Da piccola ero innamorata pazza di Eva Robin’s.

Lo sguardo è sempre imbronciato, un po’ triste, amareggiato dalla vita, a volte rassegnato quando si parla di lavoro e di persone.
Vera è la figlia d’arte che potrebbe avere le porte spalancate, e invece le si chiudono in faccia, con una ferocia e una noncuranza che la porta a dire “basta”. Basta casting, basta film, buttandosi senza paracaduta nella vita vera.

È qui che si scontra con il padre di Manuel, disperato vedovo che vive nella borgata di Roma che tira a campare aggiustando motorini, vivendo nella casa dell’anziana madre (costretta a riempire secchi d’acqua alla fontana pubblica) e fingendo incidenti con il figlio per racimolare qualche spiccio dalle assicurazioni.
È così che si guadagna da vivere, così che irretisce Vera, arrivando a drogarla e derubarla di tutti i gioielli regalatole dal padre, nella sua piccola casa a Trastevere. Vera, combattuta se denunciarlo o no, preoccupata di quel figlio senza madre che potrebbe ritrovarsi a vivere pure senza un padre, rinuncia per compassione, come quando capisci che nella vita tutto ha un inizio ed una fine, e non puoi farci nulla se le regole sono queste, puoi solo accettarle, puoi solo accogliere la sofferenza o crogiolartici.

Vera Gemma con Asia Argento

È nella scena con l’amica di sempre Asia Argento, che si legge un momento di complicità e leggerezza, quando Asia la porta al cimitero acattolico di Roma, a vedere la tomba del figlio di Goethe. Una tomba senza nome, solo il “figlio di”, come si sentono le due donne, le figlie di Dario Argento e di Giuliano Gemma. Si chiedono se qualcuno ha pensato mai ai dolori di quel ragazzo, se hanno mai parlato dei suoi sogni e delle ambizioni, se lo hanno mai chiamato per nome. Qui Vera accenna un sorriso, quei sorrisi amari che si svelano solo nella complicità, come quando due animali braccati si annusano e si riconoscono; e così anche il dolore ha lo stesso odore.


Quanti avranno pensato che Vera Gemma sarebbe stata così talentuosa? Il film è stato premiato al Festival di Venezia 2022 Sezione Orizzonti con due premi: migliore attrice femminile e migliore regia.

È il pregiudizio ad averci fregato, come confessa lei con grande onestà, “non ho mai la faccia giusta, non sono mai abbastanza bella come mio padre, sono sempre sbagliata“, un viso segnato dalla chirurgia, pratica iniziata alla tenera età dalla madre.
Perchè ha voluto rifarci il naso?” – chiede Vera alla sorella mentre riguardano delle diapositive “erano così belli“.

Una ricerca ossessiva della bellezza, quella bellezza esteriore che ci mette tutti sotto torchio, sotto esame, dalla Barbie che ci regalano da bambine, alle mode che cambiano repentinamente. Eppure, la bellezza che vediamo in questo crudo e trasparente documentario, come attraverso un cristallo, è quella più pura, l’empatia più sacra, la genuinità più integra, la generosità più calorosa.
Vera è l’amica che vorrei.

Vera è Disponibile su MUBI.





Torre Ristorante in Fondazione Prada, il nuovo appuntamento alla moda di Milano

TORRE RISTORANTE FONDAZIONE PRADA, MILANO

La vista è affascinante, soprattutto in una giornata di nuvole dense e scure che lasciano passare una luce fitta sulle guglie dei grattacieli, che creano un riverbero scintillante sulle vetrate circostanti.
Siamo al sesto piano della Torre in Fondazione Prada, sede del Ristorante Torre, un edificio ad ampia vetrata, dentro il metallico labirinto d’arte, dove ogni piano sembra essere un livello di un videogioco futurista. Subito all’entrata, la prima ad accogliervi sarà la luce, e il bancone centrale dietro cui sfila l’immensa bottigliera sospesa con una invitante esposizione di distillati e liquori di ogni angolo di mondo.

A servirvi Tommaso Cecca, responsabile e anima di Camparino in Galleria, l’iconico locale milanese fondato nel 1915 da Davide Campari, per questa giornata speciale che inaugura la nuova stagione gastronomica del ristorante Torre, seguendo stagionalità e ritmo della natura.
E a proposito di ritmo, ad accompagnare il delizioso brunch, la musica di Roy Paci e Roxy, un mix di elettronica che sembra seguire gli umori di queste nuvole curiose, sempre più vicine a noi, quasi vogliano entrare.

Torre brunch sarà il nuovo appuntamento fisso del week end milanese, un approccio culinario che rispetta la materia prima e la tradizione. In cucina, lo chef Lorenzo Lunghi, formatosi professionalmente al ristorante ‘Gambero Rosso’ (due Stelle Michelin) di Emanuela e Fulvio Pierangelini a San Vincenzo, Livorno. Propone un’originale interpretazione del classico brunch newyorkese con un menu dalle radici italiane, dall’uovo poché con salsa al pecorino, al pesce crudo e pomodoro, dalla milanese di vitello, alla focaccia barese con aggiunta di burratina.
Un percorso a ritroso nei ricordi d’infanzia e nei viaggi italiani che la vostra memoria e il vostro dna nostalgico non possono dimenticare.

L’ambiente ha qualcosa di veramente eccezionale, il cammino all’entrata è attorniato da poltroncine Soviet e tavolini Tulip di Eero Saarinen, e la cappa per caminetto (1949) con accanto la Testa di medusa (1948-54) sono opere di Lucio Fontana; qui anche un semplice caffè vi sembrerà il più aromatico del mondo.

Progettato da Rem Koolhaas con Chris van Duijn e Federico Pompignoli dello studio OMA, il Ristorante Torre è come diviso in 3 zone ad altezze diverse, bar, ristorante e terrazza. Gli ambienti interni sono arredati con tavolini in legno e sedie Executive di Eero Saarinen e presentano una selezione di quadri e fotografie di Thomas Demand, Jeff Koons, Goshka Macuga e John Wesley. Lo spazio più rialzato accoglie arredi originali del Four Seasons Restaurant di New York progettato da Philip Johnson nel 1958 ed elementi dell’installazione di Carsten Höller The Double Club (2008-2009). I piatti d’artista appesi alla grande parete sono realizzati per il ristorante Torre da John Baldessari, Thomas Demand, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Elmgreen & Dragset, Joep Van Lieshout, Goshka Macuga, Mariko Mori, Tobias Rehberger, Andreas Slominski, Francesco Vezzoli e John Wesley, una piccola parte che attende compagnia di altri autori.

Torre Ristorante è un’alternativa alle location modaiole e chiassose, qui la moda passeggia tra i tavoli ma è riservata, al massimo la ritrovate su qualche account Instagram; si beve bene e potete godervi Milano dall’alto.



Ristorante Torre
Via Lorenzini 14, 20139 Milano

+39 02 23323910 reservationtorre@fondazioneprada.org

Annakiki SS 2024 – L’Evoluzione Post-Futurista

L’Evoluzione Post-Futurista: Coevoluzione dell’Umanità e della Tecnologia

“Né gli esseri umani possono creare mutazioni, né possono impedire che avvengano mutazioni. Gli esseri umani semplicemente conservano e accumulano mutazioni che sono già avvenute.

 — Charles Darwin, “Sull’Origine delle Specie”

Nel 1859, Charles Darwin pubblicò l’importante opera “Sull’Origine delle Specie,” discutendo dell’evoluzione della vita. Affrontò principalmente due argomenti: le diverse forme di vita sulla Terra che si sono evolute, e l’evoluzione biologica che è guidata dalla selezione naturale. Infatti credeva che la specie umana non fosse un’entità invariabile ma che cambiasse in risposta ai cambiamenti ambientali, e che l’evoluzione fosse un processo graduale e continuo.

L’evoluzione umana segue una via simile. Dopo aver acquisito saggezza, abbiamo costruito la civiltà e inventato la tecnologia, mirando a plasmare il nostro futuro destino. Brian Arthur, un pensatore americano, presentò una prospettiva sull’evoluzione umana nel suo libro “La Natura della Tecnologia.” Suggerì che la tecnologia, come la biologia, può evolversi attraverso “aggiornamenti,” “miglioramenti” e “sviluppi.” Proprio come gli organismi biologici subiscono “mutazioni” come risultato di cambiamenti fondamentali, Arthur credeva che la tecnologia esistesse da sempre per servire agli scopi umani.

Negli ultimi dieci anni, i drastici cambiamenti nell’ambiente naturale, nelle dinamiche politiche globali e il rapido avanzamento della tecnologia, guidato dall’arrivo dell’intelligenza artificiale, ci hanno spinto a riflettere sull’era dell’informazione in rapida evoluzione e sul futuro incerto dell’umanità. Basandosi su questo contesto, la designer Anna Yang osa immaginare cosa succederebbe se gli esseri umani e la tecnologia co-evolvessero. Se processi come l’autoriparazione, le connessioni emotive e l’autocoscienza si verificassero contemporaneamente nella relazioni tra umani e tecnologia, e se gli esseri umani possedessero attributi sia meccanici che biologici, potrebbe ciò portare a nuove “mutazioni”? Con il coinvolgimento della tecnologia, il corpo umano potrebbe subire cambiamenti inediti, dando origine a forme di vita straordinarie?

La collezione Primavera/Estate 2024 di ANNAKIKI, intitolata “Alian Body,” è la risposta della designer a queste domande introspettive. Rappresenta i pensieri e riflessioni di Anna Yang sull’ambiente dinamico e incerto in cui gli esseri umani vivono e sul futuro ambiguo che ci attende. La designer immagina che le mutazioni genetiche possano scatenare “anomalie” umane future. In un mondo post-futuristico in cui tecnologia ed esseri umani coesistono, il corpo umano potrebbe subire nuovi cambiamenti, evolvendo in forme che offrono autodifesa contro minacce esterne, creando così una prospettiva futura completamente nuova. L’elemento predominante di questa stagione è la “spina”, Anna Yang ha tratto ispirazione dalle intricate forme delle mutazioni cellulari e le ha tradotte in sporgenze appuntite che ricordano spine argentate futuristiche. Realizzate in materiale PET rivestito d’argento, ogni spina è meticolosamente tagliata a mano e cucita  dagli artigiani a creare un senso di profondità. Il nylon rigenerato dalla tecnologia è utilizzato per creare fitte boscaglie di spine, realizzate attraverso imbottiture e cuciture manuali, adornate con stampe a righe e pois. Perni metallici conici neri sono distribuiti in modo uniforme sugli abiti, simboleggiando l’irremovibile armatura del futuro dell’umanità nel mondo visionario di ANNAKIKI.

Allo stesso tempo, Anna Yang mira a creare un nuovo ordine dal caos. Utilizzando tessuto denim con bordi sfilacciati, preservandone la natura grezza e ruvida, contrapposta a tessuti in maglia elasticizzati sfrangettati e forati per incarnare i cambiamenti costanti della divisione cellulare. Tratto d’ispirazione dalla struttura a doppia elica del DNA, utilizza elementi circolari per scolpire varie forme, utilizzando tazze spiraliche e strutture circolari  in 3D come base per creare un secondo corpo architettonico. Disserta la struttura a doppia elica, estendendola e trasformandola artisticamente, evolvendola in vari elementi mutati come punti e strisce, infusi con l’iconico logo di ANNAKIKI, simile a un esperimento di intervento genetico. La stella a quattro punte, emblema del brand, ispirata all’estetica dell’arte frattale, subisce una trasformazione e si fonde armoniosamente in abiti dal design minimalista dalle spalle larghe, simili a invincibili armature futuristiche.